Alain Jones - Cristina Lefter, la pittura ai margini del bosco.

Ama l’arte per se stessa e ciò che ti serve viene da te - Oscar Wilde

Dinanzi a un’opera di Cristina Lefter viene in mente un frammento poetico di Arthur Rimbaud: à la lisière des bois, ai margini del bosco.

driping tecniche di Cristina Lefter

about Cristina Lefter

Una frase che ricorre come un ritornello nell’intero libro di altissimi componimenti “Les Illuminations”, testo che molti considerano come l’ispirazione alla base dei nuovi orizzonti delineati dai movimenti artistici del ventesimo secolo: lo stesso volumetto che si sarebbe trovato sul tavolo di lavoro di Pablo Picasso, foriero di un’atmosfera e persino di una tecnica che permeano il lavoro di decine dei più grandi pittori moderni.

La pittura di Cristina Lefter possiede un retroterra bucolico, ma pure è ben lontana da una cifra meramente paesaggistica. In essa, invece, il fenomeno dell’incontro con la natura viene utilizzato come principio per stabilire il campo pittorico nel quale l’opera trova la propria elaborazione.

Ai margini del bosco: nel libro della Genesi si legge che Dio separò la luce dalle tenebre. Il chiaroscuro è nato così. Leonardo da Vinci diceva che “un’ombra forte si rivela dove la luce è forte”. E la divisione tra la foresta cupa e selvaggia e gli assolati campi coltivati rappresenta la condizione primitiva dell’uomo in contrasto con la nascita della civiltà, così come si contrappongono nomadismo e vita sedentaria, cacciatori guerrieri e agricoltori costruttori, caos e ordine, libido e ragione. La selva tenebrosa si lega alle dionisiache passioni del subconscio, laddove i campi aperti e ordinati rispecchiano la razionalità apollinea. È la dimensione senza tempo di uno spazio bucolico, una geografia dell’immaginazione evocata da Marcel Duchamp nel suo ultimo capolavoro “Etant donnés”.

Affini ai concetti del paesaggio bucolico e pastorale, i dipinti di Cristina Lefter vanno iscritti nel segno dell’astrazione; si tratta di una pittura che resiste alla contestualizzazione, emblema secolare di una panoplia volutamente ambigua fatta di aromi, gradazione di calore e umidità che giocano con la memoria sensoriale dello spettatore. I suoi dipinti sono una sorta di capsule del tempo che racchiudono reminiscenze effimere del momento della loro creazione e ci colpiscono come un trasferimento di fatti naturali e di emozioni attraverso il filtro della sensibilità.

L’astenersi dalla metafora e dalla narrazione, alla base della prassi modernista, libera il contenuto verso il più ampio spettro delle evocazioni. E proprio questa tensione tra l’anticipazione e l’esperienza suscita, ogni volta in maniera diversa, nuove soluzioni che vivono in una dimensione storica del tempo e pure in un presente quotidiano: così, ciò che la pittrice evoca nello spettatore è la percezione di un rinnovamento continuo dell’ambito d’esperienza personale.

Il luogo di nascita registra per ciascuno il principio di un destino che si compie. Nel corso dell’infanzia e più tardi durante i suoi numerosi viaggi, Cristina Lefter ha vissuto una profonda varietà di influenze ed esperienze. Nata nel 1976 da genitori di origine romena a Telenesti, in Moldavia, ancora bambina ha seguito la famiglia nel ritorno in Romania, dove ha frequentato, a Iasi, il liceo artistico Octav Bancila e in seguito, a Bucarest, l’Accademia di Belle Arti George Enescu. Nel 2002 si è stabilita in Italia, prima a Padova e oggi a Milano.

“L’immaginazione possiede una sua storia, non ancora documentata”, diceva lo scrittore americano Guy Davenport, “e possiede anche una geografia, appena percepita”. Ciascuno di noi porta con sé un paesaggio della memoria idilliaco, un intimo spazio cerebrale fatto di esperienze passate e di modelli culturali acquisiti nel tempo: il beduino può sognare il deserto, l’eschimese i ghiacci perenni e il viaggiatore cresciuto in una terra di boschi e foreste potrà vedere il profilo degli alberi più alti lungo la strada che attraversa la pianura nella notte. Nella pittura di Cristina Lefter l’anonimato dei boschi e dei prati rimane ambiguo come la natura stessa, altamente emotiva, e pure costantemente privo di elementi aneddotici. “L’opera dell’arte”, scriveva Charles Morice, amico e mecenate di Paul Gauguin, “è una transazione tra la natura e il temperamento dell’artista”.

Cristina Lefter ha deliberatamente scelto di eseguire il suo lavoro con una materia ad alto contrasto come lo smalto, che aumenta la tensione del colore su una superficie brillante. Le zone di pigmento sembrano rimanere in uno stato liquido, fluttuando sulla tela, con l’effetto della tecnica cloisonné, quasi a rievocare gli “Èmaux et Camées”, i celebri poemetti dell’esteta romantico Théophile Gautier.
Qui entra in gioco in modo determinante l’uso del nero, come un richiamo fisio-psicologico alle ombre nelle opere di Paul Gauguin o piuttosto ai famosi dripping in nero di Jackson Pollock, gesturali eppure figurativi e altresì svincolati da interpretazioni predefinite: il lungo patrimonio che il nero evoca è nella chimica dello smalto, con la materia stessa come armatura di luce.

Come sottolineava l’artista Maurice Denis oltre cent’anni fa, “la pittura è innanzitutto una superficie piatta coperta con i colori in una certa forma”: la sfida del pittore è ordinare questi ingredienti, così come quella del poeta è trasporre le parole in musica. I concetti da comunicare devono essere contenuti in toto oppure nascosti nell’armonia o nel contrasto dei colori. La mano di Cristina Lefter gode della libertà dell’arabesque come in una danza, o piuttosto come in una gioiosa e cerebrale selva di rami intrecciati, quale è proposta dal mirabile affresco di Leonardo da Vinci che il Castello Sforzesco a Milano tuttora conserva, dipinto sul soffitto della Sala delle Asse, ciò che Paul Valéry descriveva come la celebrazione dell’intimo piacere di Leonardo nell’operare sulla propria mente.

La sensibilità di Cristina Lefter sembra rivelare una stretta affinità con il movimento internazionale di fine ottocento noto come Nabis, “Nabis aux belles icones, Nabis japonards...”. I suoi quadri dimostrano intenti simili a quelli del gruppo visionario di artisti parigini dell’avanguardia post impressionista non soltanto nella manipolazione del colore e nella leggerezza della mano, ma anche nel rapporto con l’immediata percezione della luce e nello studio della natura bucolica. “L’arte è la santificazione della natura”, diceva Maurice Denis. Dopo tutto, l’epoca dei Nabis fu anche quella dell’“Après midi d’un faune” di Claude Debussy, della nascita dell’Art Nouveau e dell’inizio della ricca introspezione in prosa di Marcel Proust.

È soprattutto la sensualità del colore a legare i dipinti di Cristina Lefter con le opere dei Nabis, da Maurice Denis a Edouard Vuillard, e ancor di più alle tele vibranti di colore di Paul Sérusier, opere post-gauguiniane che spaziano dai paesaggi alle scene di vita domestica conferendo alla pittura europea tonalità inedite, e la cui stilizzazione si ritrova ancora nelle opere di Klimt, così caro a Cristina Lefter, e più tardi nel vitalismo esplosivo di Kandinski.

Poiché la resa di un’atmosfera suggestiva e non il realismo paesaggistico è l’intento primario di molte opere di Cristina Lefter, il richiamo va pure a un altro grande protagonista del movimento dei Nabis, Ker-Xavier Roussel, forte di una tecnica per evocare la luce e il colore che sembra preannunciare non solo lo sperimentalismo di Seurat ma anche quello dei primi futuristi.

Talvolta è possibile ritrovare i segni dell’ispirazione che affonda nell’orientalismo dei Nabis, ricordando che era l’epoca dei Ballets Russes, e, mentre è onnipresente l’influenza dell’arte giapponese, si rileva anche il senso bizantino della decorazione, al cuore del movimento simbolista, che collega Parigi sia alla scuola di Vienna, sia alla vita culturale nella Romania di fine Ottocento, e sono tutti ripresi ancora una volta nella pittura di Cristina Lefter.

Ma l’artista non esita a indicare altre fonti di ispirazione per l’evoluzione della sua opera, citando subito De Pisis, con l’evidente affinità fra l’impiego dello smalto per ottenere superfici brillanti e la luminosità delle tele del maestro di Ferrara. La tradizione è una sorta di archeologia della memoria, collettiva o individuale, portata alla luce del giorno sotto forma di nuove creazioni. In tutte le sue attività artistiche Cristina Lefter gode di quella immediatezza che, per esempio in contrasto con la fotografia, rappresenta la caratteristica distintiva della pittura stessa.

Nel corso degli ultimi decenni la pratica degli artisti contemporanei ha subito pochi significativi cambiamenti rispetto al focus e alla direzione. Una nuova scuola che ha avuto un modesto successo, soprattutto tra certi giovani pittori in Italia, strizza l’occhio a una visione della realtà urbana talvolta apocalittica, alla stregua di quella proposta dalla fantascienza e dalla cinematografia di animazione fotorealistica. Le ambizioni di Cristina Lefter si collocano ben al di fuori di questa tendenza: al contrario, l’artista segue una ricerca dal carattere molto più personale, nella quale il confronto con i fenomeni della natura non è mediato da strumenti tecnologici. Invece dell’Urbe il focus di Cristina Lefter è l’Habitat, il mondo eterno di una natura immutata dai tempi di Teocrito e di Virgilio.

Ezra Pound scriveva in una delle sue prime poesie: “I stood and was a tree amid the wood, knowing the truth of things unseen before ...”, mentre Jean-Jacques Rousseau osservava come “più profondo diventa il silenzio che mi circonda, più grande diventa il bisogno di qualcosa per riempire questo vuoto, e laddove la mia immaginazione non può fornirmi idee o la mia memoria le respinge, la natura compensa con ciò che produce spontaneamente, senza interventi umani, presentandolo ai miei occhi”. Gli artisti, in virtù di un modo di vedere lucido e incantato sull’esempio dello sguardo di Rousseau, arricchiscono i loro contemporanei sia attraverso la propria opera, sia per il modo in cui esaminano e restituiscono la loro percezione del mondo. L’arte di Cristina Lefter è l’affermazione di una visione personale della bellezza, perseguita con mirabile tenacia.

Come nel caso di pittori quali Giovanni Segantini o Gaetano Previati, il vero mondo di Cristina Lefter è quello della sua pittura, una ricostruzione organica dell’atmosfera liberata dai confini della geografia che nessuno può violare, una biosfera creata dal suo privatissimo alfabeto di colori.

In un saggio sul Sublime, il grande artista americano Barnett Newman scriveva che “i dipinti che creiamo rappresentano la pittura della Rivelazione, realistica e vivida”. Il sublime che Cristina Lefter presenta ai nostri occhi pulsa e vibra con il calore del sangue del mondo più vivo. I suoi quadri danno voce con lucidità visionaria al “futuro interiore” del suo viaggio, così come al nostro. Mentre la figura umana raramente invade lo spazio delle sue astrazioni bucoliche, forse siamo noi, gli spettatori, ad abitarlo, negli istanti in cui le nostre ombre attraversano le tele e spariscono, alla stregua di pellegrini in cammino lungo il percorso che separa il bosco dai campi, à la lisière des bois.

di Alain Jones

la critica di Silvia Poliaghi

(8 maggio 2008) - mostra personale nello studio fotografico di Fabio Nova - Milano | Italia

Cristina Lefter e l'idealizzazione della donna nel terzo millennio "se già la bellezza fisica incanta e rapisce la nostra vista, che pure è il nostro senso più acuto, quanto sarebbe mai grande il rapimento se noi avessimo occhi fisici per vedere l'idea della bellezza!". Questa celebre frase contenuta nel Fedro di Platone pare racchiuda il sogno dell'artista greco, la sua sete di armonia e di perfezione di forma e di sostanza tale da essere visione fondante per uno sviluppo artistico di coloro che dettero vita al canone europeo della bellezza.

driping tecniche di Cristina Lefter

about Cristina Lefter

“Korai” del terzo millennio le donne della Lefter, artista di grande talento, la quale come gli antichi greci si avvale di modelli reali, ma che che trasforma sintetizzando i caratteri individuali di ognuno di essi, fino ad ottenere un "tipo ideale", che rappresenta non “una donna” ma “LA DONNA". la Sua “DONNA IDEALE".

Pittrice del "bello" e della "bellezza" come sentimento, è senz'altro una definizione che la Lefter "calza" "a pennello" la sua ricerca vorrebbe rappresentare la donna come "ponte metaforico" tra la realtà e l'ideale dell'armonia delle forme.

La visione di " natura" della Lefter, attraverso l'uso elementi floreali, con cui orna le chiome delle sue donne, dal “bello” si eleva al “sublime”: non solo bellezza estetica dell'oggetto in sè ma anche contenuti di genio e spirito e sentimento.

Sulla soggettività del giudizio di gusto cito David Hume nei saggi morali politici e letterari: - Una causa evidente per cui molti non sentono il sentimento giusto della bellezza è la mancanza di quella delicatezza dell'immaginazione che è necessaria per poter essere sensibili a quelle emozioni più sottili.

- Questa delicatezza ognuno pretende di averla, ognuno parla e vorrebbe regolare su di essa ogni tipo di gusto e sentimento.

La vera opera d'arte nasce in maniera misteriosa enigmatica,dal profondo dell'animo dall'artista.

Una volta "staccata" da essa acquista vita indipendente, diventa una personalità, un soggetto autonomo, che conduce una sua "esistenza" reale. Diventa non un'apparizione indifferente o casuale, ma una forza attiva capace di ulteriore creazione. Opera e lavora alla creazione dell'atmosfera.
La donna come simbolo, e la donna che crea una sua atmosfera . Donna: simbolo duplice, di forza e delicatezza, Apollo e Dioniso, sacro e profano. Elementi che convivono nella donna della Lefter così come nelle sue opere con soggetti floreali e vegetali. Nelle opere intitolate albero 1 e 2, ottimamente eseguite con la tecnica del "dripping" : sgocciolamento tipicamente eseguito con smalti: il simbolo dell'albero è simbolo assoluto della vita, esprime un insieme coerente che riunisce il principio maschile e il principio femminile, da un lato il simbolo fallico e solare del tronco che esprime forza e potenza. Dall'altro il denso e colorato fogliame, denso e avviluppante che protegge e "cova" i suoi frutti. metafora delle emozioni e del vissuto denso, forte e colorato dell'artista. Sono queste opere di soggettivismo "forte" con tratti informali ed irrazionali che tendono a far affiorare immagini e concetti nascosti dall'inconscio. Nelle Opere con soggetto ritratti di donne, le composizioni sono assorte in “un assoluto ideale” che La Lefter coglie nell'infiorescenza che orna la chioma dei capelli, come se con un parallelismo con la natura vegetale, le sue donne forti nei colori degli abiti e nelle espressioni, e delicate nelle infiorescenze che dalla chioma esaltano la vita e il suo sapersi rigenerare. fiori che come le Korai della grecia del periodo arcaico offrivano frutti e fiori con significati simbolici legati al mito di kore (persefone). La lefter ci offre la visone del "gesto" Ed ancora in “donna sdraiata” c'è tutta la tensione alla lettura dell'animo umano Femminile, messo a nudo con la ricerca che da esso ne deriva. Sinesteticamante Struggente e sensuale come un tango, una musica estrema che si ascolta e si balla come dicono i tangueri o solo per un istante o per tutta la vita.

la critica di Silvia Poliaghi

Scritto da Bogdan Ionescu

(23 ottobre 2006) - nella rivista "Orasul" - Cluj Napoca | Romania

Possiamo definire Cristina Lefter come una timida osservatrice del mondo circondante che ha imparato ad accettare con serenità le inevitabili metamorfosi di un’esistenza sotto il segno del cambiamento e dei passaggi culturali.

A guardarla non riesci a capire le sue origini. Solo la voce tradisce, quando si rivolge in rumeno, le sue origini moldave.

driping tecniche di Cristina Lefter

about Cristina Lefter

Una visita nell’atelier di quest’adoratrice di Egon Schielle, in Via Savonarola a Padova, è un’esperienza che non si può dimenticare facilmente.

Cristina è un’artista tenace che ama la vita in tutte le sue manifestazioni quotidiane. Nel desiderio di catturare ed immortalare le emozioni nascoste dietro le forme e dietro i colori, preferisce il lavoro dal vivo con le modelle,.

Nata il 27 aprile 1976 a Telenesti nella Repubblica Moldova, Cristina Lefter segue i corsi della scuola d’arte della sua città natale fino al compimento, nel 1991, quando si trasferisce con la famiglia in Romania a Iasi. Là, nella storica capitale della Moldavia, fequenta il Liceo d’Arte Octav Bancila (1991 – 1995) nella classe del maestro Mircea Ispir. Seguono poi gli studi universitari, presso l’Accademia dell’Arte George Enescu di Iasi, nella classe del maestro Valeriu Gonciariuc. Nel 2000, dopo il conseguimento della laurea, Cristina si stabilisce in Italia, a Padova.

Nel suo camino verso la perfezione artistica, Cristina Lefter ha scelto il lungo e difficoltoso percorso della proiezione introspettiva. Una scelta di sacrifici, piena di ostacoli, dove la ricerca artistica va a pari passo con la corsa quotidiana per la sopravivenza. Ma i risultati non si sono lasciati troppo attendere e gli sforzi sono stati ricompensati.
Il 2004 ha marcato l’affermazione di Cristina Lefter a numerose mostre e manifestazioni culturali dell’Italia del Nord Est, come per esempio ArtePadova, ArtePordenone, ArteUdine. partecipa alle biennali di Cannes e di Malta, partecipa alla mostra organizzata dal periodico culturale “OK Arte” presso la galleria milanese “Soir Caffè”.

Nel 2006 inizia la collaborazione con la galleria fiorentina “Spagnoli” che si concretizza con la partecipazione a diverse mostre.

L’universo artistico di Cristina Lefter è marcato da forti smalti posati su delle tonalità acriliche e gravita intorno al mondo floreale ed alle figure femminili che evocano stati d’animo di una seducente e sensuale bellezza. Cristina sta esplorando con una pazienza che solo le grandi passioni la possono alimentare, i meandri dell’intimità e dell’eterno femminile. Riesce a portare alla luce con l’abilità di un psicanalista, dei profondi stati d’animo che poi proietta su fondali bucolici, con la timidezza di un’adolescente,.

Apparentemente statici, i suoi personaggi ci si rivolgono con un linguaggio dei gesti e delle attitudini, affascinandoci con la loro fragilità interiore, una fragilità accentuata anche dalla loro attitudine, ostentata e provocatoria. Più tardi, ci rendiamo conto che non riusciamo a sbarazzarci di queste immagini. Portiamo dentro di noi qualcosa più di un’emozione passeggera, i sguardi dei personaggi, abbiamo percepito il codice di lettura dell’opera.

scritto da Bogdan Ionescu