Dopo un primo esordio con l’introspezione dell’acquerello e lo studio analitico di tutte le tecniche artistiche, compresa la realizzazione delle icone di natura bizantina, l’artista si lascia conquistare dalla vivacità dell’olio e dell’acrilico. Tinte forti e sgargianti incantano sugli sfondi chiari o scuri, spesso monocromi per suggellare la forma nello spazio. La Lefter domina un dripping di derivazione pollockiana, in cui non vuole esprimere la violenza e la forza del gesto, alla maniera del grande autore americano, ma anzi regala calcolati e studiati effetti visivi, che creano armonia e donano vitalità alla composizione.
driping tecniche di Cristina Lefter L´ opera Cristina Lefter
Paradossalmente siamo di fronte a una sorta di espressionismo lirico, dove alla forza del cromatismo si sposa la misura e il rigore poetico. La poesia affiora anche dai soggetti trattati, leggiadre fanciulle di altri tempi, che sorridono nascoste dai folti capelli o da delicati cappellini alla moda.
L’entusiasmo dello sperimentalismo porta alla creazione dell’alchimia chimica, per cui allo sfondo della tela viene applicato del fosforo scintillante: è così possibile ammirare anche nel buio delle ore notturne un accenno astratto del quadro, nell’affettuosa impossibilità per l’artista di staccarsi dalla visione della sua opera.
Le tele possiedono uno stile unico e inconfondibile che identifica facilmente la mano precisa e raffinata dell’artista. Questo tratto originale e inequivocabile, tuttavia, soprattutto in alcune opere, non disdegna di ricordare palesemente i capolavori di grandi autori del passato, come un omaggio gentile da parte della pittrice, che paga il proprio tributo alla storia dell’arte.
Le donne delicate ed eleganti sembrano uscire da un salotto di Mario Cavaglieri (1887-1969), pittore recentemente riscoperto e proposto dal critico Vittorio Sgarbi, dove i sapori dell’Oriente si mescolano a un gusto decadentista, con un cromatismo acceso e vibrante.
Pensiamo ad esempio a certe dame ieratiche e monumentali, che guardano l’osservatore con occhi distaccati ed enigmatici, come in La Prima Vera Dea (2008) o Les Artistes Damnées (2008). Ricordano le donne di Gustav Klimt (1862-1918), intrise di sensualità e simbolismo. Anche i colori brillanti con la preziosità e la sacralità dell’oro richiamano la Secessione Viennese. Come Klimt spesso realizzava veri e propri ritratti per i committenti, trasformando la fanciulla dipinta in una dea spiritualizzata, così la Lefter a volte indugia nella ritrattistica, mutando il particolare in universale.
L’autore più amato in assoluto da Cristina è Egon Schiele (1890-1918), che scopre solo in Italia, forse perché in Romania era considerato un autore deviato e deviante dalla cultura di regime rumena. Di Schiele riprende il contorno nero, sinuoso e nevrotico, a sua volta retaggio dell’influenza delle stampe giapponesi, che definisce nudi femminili, dotati di incredibile sensualità, totalmente opposti alla classicità dei nudi accademici. Questo fascino erotico è presente anche nelle donne della Lefter e le sue bellezze senza veli sono un’esaltazione della fisicità e della fertilità, un inno alla gioia e alla passione. In questo sta l’intima differenza rispetto al grande maestro austriaco, perché Cristina non dipinge il male fisico e interiore, ma piuttosto la bellezza e la poesia.
Con Nelu Pascu la pittrice si reca a Vienna, sulle orme di Schiele, dopo aver compiuto un pellegrinaggio artistico in Francia, toccando i luoghi visitati da Van Gogh, fondamentale ispiratore di Nelu Pascu stesso.
Nelle tele della Lefter, la natura non è mai viva: non nasce, non cresce e non muore, ma è sempre cristallizzata in un’eterna bellezza, fatta di fertilità e perfezione. Nelle scene invernali, la vegetazione pare dolcemente addormentata sotto uno spesso strato di neve, soffice e candido, dalla miriade di riflessi onirici.
A volte i suoi fiori si caricano di significati simbolici, sempre accostati alle donne, ornamento costante del loro fascino, che arricchisce le chiome, i cappelli o le vesti. Sembrano ricordare la vanitas dell’antichità, per cui la caducità della vegetazione rammenta alla ragazza che anche la sua avvenenza sparirà presto con l’avanzare dell’età. Infatti, queste giovani fanciulle in fiore di proustiana memoria ci sorridono dolcemente, ma i loro occhi sono velati da un filo di malinconia, come assorte in chissà quali pensieri, come nascondessero un intimo personale dolore. La natura, quando non è simbolica, diventa scenografica, fresca coreografia di paesaggi agresti o intrico lussureggiante di boschi e alberi rigogliosi dai colori sublimati, come in Sottobosco I (2006).
E’ un paesaggio interiore, che non esiste nella realtà naturale, ma rappresenta le emozioni e le visioni dell’artista.